Laboratorio delle idee per la produzione e la programmazione dello spettacolo lombardo

IL CANTO DI NATALE

IL CANTO DI NATALE - Immagine: 1
compagnia: Marionettistica Carlo Colla e Figli / Grupporiani
di: Franco Citterio
tratto da: Il canto di Natale di Charles Dickens
drammaturgia: Eugenio Monti Colla
cast: Franco Citterio, Maria Grazia Citterio, Piero Corbella, Camillo Cosulich, Debora Coviello, Cecilia Di Marco, Tiziano Marcolegio, Giovanni Schiavolin, Paolo Sette
regia: Franco Citterio e Giovanni Schiavolin
durata: 75 minuti
IL CANTO DI NATALE
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Scheda artistica
Scheda tecnica

Il Canto di Natale è uno dei racconti più iconici che narrano la magica notte che è divenuta, col tempo, un momento atteso da tutti i popoli e da tutte le culture, laiche o credenti. Anche le marionette della Carlo Colla & Figli, con il loro repertorio, hanno avuto modo di raccontare la trasversalità di questo avvenimento dell’anno da tutti atteso come evento che scuote gli animi e le sensibilità umane. Così, dopo gli spettacoli storici “La Capanna di Betlemme “ed “I nani burloni” e dopo il più recente “Lo Schiaccianoci”, i piccoli attori di legno adottano uno dei racconti più famosi che Charles Dickens scrisse nel 1844 e che da allora è stato spunto per innumerevoli versioni ed interpretazioni. La trama non racconta le sacre vicende religiose o straordinarie situazioni attorno a maghi ed elfi che abitano attorno alla dimora di Papà Natale. Tantomeno di situazioni che scaturiscono dalla fantasia dei bimbi incantati dal mondo dei balocchi e dei giochi, uno dei soggetti di questo particolare momento. Questa parabola narrativa descrive insieme le straordinarie “voci” che risuonano in questa particolare notte e gli effetti che queste possono avere sulla natura dell’essere umano e, quando ascoltate, possono condurre anche per il più terribile, cinico ed avaro animo ad una mutazione per essere migliori. Mantenendo la struttura pentapartita del racconto pensato dall’autore, le marionette si caleranno nei panni del vecchio bisbetico imprenditore Ebenezer Scrooge e dei personaggi che attorno a lui si muovono, disegnando i caratteri, le personalità e i temperamenti della società che Dickens ha sempre indagato e descritto in ogni sua opera. Al protagonista, nel cammino di presa di coscienza della realtà e di mutamento della propria indole, faranno da contrappunto quei personaggi quali spettri e fantasmi frutto dell’immaginazione e della fantasia che la penna dell’autore ha saputo creare e che difficilmente possono trovar riscontro nelle comuni messe in scena teatrali. La realtà parallela ed atemporale del mondo delle marionette, proprio come quella mostrata dallo “Spirito del Natale passato”, quello “presente” e quello “futuro” pensati da Dickens, accompagneranno i protagonisti, come gli spettatori, in una sorta di camera degli specchi che permette di guardare e scrutare il proprio io per conquistare una presa di coscienza propedeutica ed introspettiva. Nel mondo appeso ai fili, infatti, da sempre vengono raccontate vicende che attraverso la forma della “metafora”, possono divenire guida e spunto per la vita reale di ogni singolo spettatore a prescindere dall’età o delle epoche nelle quali i piccoli attori hanno operato. Così, anche in questo nuovo allestimento, ogni “carattere” diviene “maschera”, ogni ambiente, realistico od onirico che sia, diviene illusione e ogni situazione si sublima nell’incanto e nella maraviglia dell’oggetto inanimato che prende vita. NOTE DI TRADUZIONE “A Christmas Carol” è un racconto che Charles Dickens scrisse a soli trentadue anni e che venne pubblicato come testo unico e non come narrazione a puntate, a differenza della consuetudine dell’epoca. Un testo che è stato frutto di un’intuizione folgorante e che ha generato ulteriori e innumerevoli spunti creativi. Un racconto che è passato alla storia anche con il titolo “L’uomo che inventò il Natale” oggetto di innumerevoli versioni letterarie, teatrali e cinematografiche fino ad approdare nel mondo di Donald Duck, in cui Scrooge altri non è che il nostro Zio Paperone. La presa di coscienza di un uomo, frutto e prodotto del pragmatismo, specchio di quella rivoluzione industriale che ha caratterizzato tutto l’Ottocento, costituisce il perno immaginativo che avvolge il lettore nell’atto in cui la mente materializza le visioni evocate dalla parola e dal testo. Il crescendo convulsivo e frenetico che ha determinando lo sviluppo delle grandi metropoli, generando quella disparità sociale che si annida nei sobborghi urbani, risulta essere lo scenario così profondamente analizzato e descritto dall’autore, nel quale Ebenezer Scrooge è prodotto e carattere cristallizzato. I piccoli attori di legno fanno proprio questo processo e restituiscono quella “maraviglia” ereditata dall’insegnamento barocco in un’ambientazione che, priva di ogni orpello decorativo, ripropone quelle situazioni, stereotipi e caratterizzazioni che costituiscono l’ossatura del mondo di Dickens. Sobborghi, meandri urbani, scantinati e sottotetti, vapori, nebbie e fumi alternati a luci e chiarori che non sono solo ambientazioni ma costituiscono la restituzione degli stati d’animo e delle condizioni umane. Le vedute nebulose di William Turner, ma ancor più le nebbie e i fumi dell’americano James Abbott McNeill Whistler, sono stati di ispirazione per rendere il mondo reale quasi più nebuloso rispetto alle visioni immaginarie dei ricordi e delle proiezioni del protagonista. Così, anche nella stesura drammaturgica, ci si è basati su una serie di appunti e considerazioni raccolte anni fa con Eugenio Monti Colla relative all’adattamento marionettistico, mentre per i testi, ci si è ispirati non solo a differenti traduzioni di epoca moderna, ma si è anche attinto a versioni più antiche recuperando passi che potessero portare il lessico ed il costrutto narrativo ad una profondità tipica dei dialoghi marionettistici. Interessante si è rivelata la poco nota traduzione del 1940 curata da Maria Vanni per la Carlo Signorelli editore di Milano dal titolo “La canzone del Natale”, storia di spiriti di Carlo Dickens e la più diffusa versione curata da Maria Luisa Fehr del 1950 prima e degli anni ’70 poi, edite da Rizzoli. Nel testo marionettistico, come già avvenuto in altre produzioni della Carlo Colla & Figli quali “I promessi sposi” e la più recente “L’isola del tesoro”, si è reso necessario inserire alcune frasi affidate ad una voce fuori campo. Questi inserti hanno una duplice funzione: quella di agire come raccordo fra le diverse azioni creando continuità narrativa e quella di creare un ponte diretto fra le pagine del libro e le tavole del palcoscenico. La marionetta, nel microcosmo della Compagnia Marionettistica Carlo Colla & Figli di Milano, è concepita come un attore manufatto appeso e sospeso ai fili; una sorta di attore virtuale che risulta essere una proiezione dell’essere umano. Questo strumento si rapporta in egual misura anche con le storie che racconta ed interpreta e proprio per questa sua caratteristica, la leggerezza, necessita sempre, anche nel suo essere drammaturgico, di una sospensione spazio-temporale. Lo spettacolo nel quale la marionetta si immerge trasformandosi in personaggio, deve per questo restituire allo spettatore una serie di spunti e di emozioni che il pubblico porta con sé. In questi termini il “già noto” diviene determinante nel proporre o alludere a situazioni. L’alternare un linguaggio semplice ad espressioni più auliche così come la restituzione di quell’illusione creata dalle dimensioni, dai cromatismi e dalle prospettive dipinte proposte dall’alveo scenografico, costituiscono quelle radici di un linguaggio che genera ad ogni nuovo allestimento germogli proiettati verso nuove dinamiche e prospettive. I personaggi di legno sono così frutto di un lavoro che parte dalla stesura delle battute, dal disegno e dalla scultura dei volti, dalla confezione dei costumi, delle acconciature e dai dettagli fino ad arrivare alla sala di registrazione, dove gli attori che storicamente collaborano con la Compagnia, donano carattere, identità ed intensità ad un’anima che prenderà vita e gesto dai fili mossi dai marionettisti. Un mix di diverse artigianalità che all’unisono concorrono alla creazione di un insieme. Questi stessi fondamenti sono stati i cardini estetico-filosofici adottati anche nella composizione delle musiche, appositamente pensate dal Maestro Danilo Lorenzini ed affidate a un sestetto costituito da violino, viola e violoncello, fagotto clarino e flauto, con l’aggiunta di pianoforte e percussioni. La musica, anche in questo caso, sottolinea il carattere dei personaggi ma ancor più interpreta e conduce gli stati d’animo del protagonista in una oscillazione fra mondo reale e catarsi onirica: ricordi, rimpianti, speranze ed aneliti si risolvono nella visione di una parabola che lega i momenti della trasformazione dell’animo del protagonista.