WANNA B. - vale tutto
WANNA B.
-vale tutto-
liberamente ispirato a Le Serve di Jean Genet
In un presente ossessionato dall’idea di autenticità, dalla necessità di definirsi e rendersi continuamente riconoscibili, Le Serve di Jean Genet apre una frattura ancora profondamente contemporanea: l’illusione che esista un nucleo originario da ritrovare, una verità intatta nascosta sotto tutte le forme che impariamo ad abitare. Claire e Solange vivono in un universo in cui la distanza tra essere e rappresentare è ormai collassata. Nell’assenza della Signora costruiscono una cerimonia privata fatta di gesti, parole e posture in cui desiderio e rifiuto, ammirazione e distruzione diventano inseparabili. Non imitano Madame. La assorbono. Ne ricreano la presenza fino al punto in cui non è più possibile distinguere ciò che appartiene a loro da ciò che appartiene a lei.
La maschera non nasconde il volto.
La maschera è diventata carne.
WANNA B. nasce dentro questa vertigine: l’identità non come essenza immutabile, ma come stratificazione di immagini attraversate, ruoli appresi, aspettative ricevute e desideri che prendono forma dentro di noi. Non abbiamo un doppio nascosto nel profondo: siamo anche la traccia di tutto ciò che abbiamo imparato a interpretare. Quanto di ciò che siamo abbiamo scelto?
Quanto invece abbiamo imparato a recitare così bene da non riconoscerlo più come costruzione? Il pensiero di Genet sposta il conflitto da una relazione esterna di dominio a una zona molto più ambigua e scomodala domanda non è più soltanto: chi ci domina? Ma soprattutto: quanto del nostro dominatore abbiamo incorporato? La Signora diventa allora una delle grandi presenze invisibili del contemporaneo: non più soltanto un personaggio, ma uno sguardo che misura, ordina, chiede e attribuisce valore. È il modello irraggiungibile che inseguiamo, l’immagine davanti alla quale continuiamo a modificarci nella speranza di essere finalmente visti. La sua forza non risiede nella sua esistenza reale, ma nella nostra incapacità di smettere di evocarla. Madame sopravvive attraverso chi vorrebbe liberarsene. In questa prospettiva la scelta di attraversare l’opera attraverso due figure maschili apre un cortocircuito. Non uomini che interpretano donne. Non una sostituzione di ruoli. Non un esercizio di travestimento. Due presenze che abitano la relazione di Claire e Solange per interrogare una questione più profonda: quanto ogni appartenenza sia un linguaggio appreso, ripetuto e infine confuso con la propria natura. Per secoli il maschile occidentale si è fondato sull’idea di una forma riconoscibile: controllo, conquista, possesso dello spazio, forza come negazione della vulnerabilità. Oggi questa architettura mostra le proprie crepe. I vecchi codici non bastano più, mentre nuove possibilità di esistenza sono ancora fragili, mobili, in continua riscrittura. Dentro questa sospensione il maschile non viene accusato né assolto: viene osservato nel momento in cui perde il privilegio di considerarsi neutro, universale, definitivo. La sorellanza di Genet diventa allora un gesto radicale. Non appartiene alla biologia, al sangue o al genere: è una relazione costruita, un patto nato dalla condivisione dello stesso immaginario e della stessa necessità di trasformazione. Essere sorelle significa riconoscere nell’altro non il proprio opposto, ma la creatura che custodisce e rivela le nostre stesse contraddizioni.
La sorellanza non è una risposta: è uno scandalo.
Forse non siamo alla ricerca di chi siamo davvero.
Forse stiamo solo imparando a riconoscere tutto ciò che siamo già diventati.
RICERCA COREOGRAFICA E SVILUPPO SCENICO
La ricerca coreografica di WANNA B. nasce dall’impossibilità di separare la costruzione dell’identità dai meccanismi della rappresentazione. Se siamo il risultato di codici appresi, posture assimilate e immagini ripetute fino a sembrare natura, anche la scena diventa il luogo in cui osservare come una forma nasce, si impone, seduce e viene riconosciuta. Lo slittamento continuo dei linguaggi scenici diventa il principale campo di indagine della ricerca coreografica. Coreografia, azione, parola, immagine e relazione con lo spettatore non sono discipline da attraversare o strumenti da alternare, ma sistemi di comportamento: strutture capaci di modificare il corpo, organizzare la percezione e determinare ogni volta un diverso patto tra chi agisce e chi osserva.
Il linguaggio scenico non racconta la maschera
È la maschera stessa.
Ogni codice contiene un sistema di regole, aspettative e possibilità: definisce ciò che riconosciamo come danza, teatro, performance, verità, artificio. Stabilisce una distanza, orienta il desiderio, costruisce una precisa posizione tra chi guarda e chi viene guardato. Una coreografia, una confessione, un gesto quotidiano, una parola o un’immagine non producono soltanto significati diversi. Producono corpi diversi. Cambiare linguaggio significa quindi alterare continuamente il campo di relazione: avvicinare lo spettatore o respingerlo, coinvolgerlo o escluderlo, renderlo complice, testimone, giudice. In questo continuo spostamento WANNA B. non interroga soltanto ciò che scegliamo di mostrare, ma il modo in cui abbiamo imparato a guardare e riconoscere ciò che appare davanti a noi. La ricerca mette così in discussione anche le categorie attraverso cui siamo abituati a leggere la scena: quanto dello sguardo contemporaneo, anche quello più esperto, è ancora guidato dal bisogno di nominare, classificare, attribuire una forma? Quanto riusciamo ancora a riconoscere un’azione prima di trasformarla in una definizione? Dentro questo sistema di apparizioni e trasformazioni, l’imitazione diventa il punto di partenza della pratica coreografica. Non copia di un modello, ma esercizio radicale di osservazione e selezione dell’essenziale.
Imitare significa scegliere.
Imitare è un atto autoriale.
Significa attraversare una presenza fino a individuare quei pochi elementi capaci di evocarla. Come nella grande tradizione degli imitatori, la precisione non nasce dall’accumulo dei dettagli ma dalla loro sottrazione: eliminare il superfluo fino a lasciare emergere il segno necessario. Chi imita non replica: interpreta. Costruisce una prospettiva, decide cosa rendere visibile e cosa lasciare scomparire. Ogni imitazione rivela tanto l’oggetto osservato quanto lo sguardo di chi osserva.Nello spazio tra imitare, rappresentare, interpretare e diventare, WANNA B. indaga il punto esatto in cui un codice smette di essere qualcosa che utilizziamo e inizia a definire ciò che siamo.