Laboratorio delle idee per la produzione e la programmazione dello spettacolo lombardo

AMLETO, SONO PREVISTE SCENE DI NUDO

AMLETO, SONO PREVISTE SCENE DI NUDO - Immagine: 1
compagnia: Oyes
di: Francesca Gemma e Umberto Terruso
drammaturgia: Francesca Gemma
cast: Francesca Gemma
regia: Umberto Terruso
in collaborazione: Campo Teatrale, Teatro del Borgo
durata: 65 minuti
AMLETO, SONO PREVISTE SCENE DI NUDO
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Scheda tecnica

AMLETO, SONO PREVISTE SCENE DI NUDO
 

LO SPETTACOLO

Amleto è un archetipo, l’archetipo dell’uomo moderno. Ogni attore almeno una volta si è imbattuto in un suo monologo e ha desiderato declamarlo. Questa volta però è un’attrice a prendersi carico della sua storia.

“Se mai mi hai tenuto nel cuore

assentati per un poco dalla felicità,

e in questo mondo feroce respira soffrendo

per raccontare la mia storia.”

Queste sono le parole con cui Amleto in punto di morte si commiata da Orazio, fedele amico, chiedendogli di restare in vita per tramandare ai posteri la sua vicenda.

La narrazione come luogo di immortalità, dunque.

Così l’attrice sceglie di portarsi in scena per un’ultima volta usando questo testo, o meglio abusando di questo testo: sfruttandone le parole per mischiarle con quelle della sua vita, come pretesto per il suo addio alle scene.

Un addio che non interessa a nessuno, perché è quello di una sconosciuta. Un addio che però riguarda non solo l’attrice, ma anche la donna e forse l’atto artistico in sé, in una mise en abyme incessante, dove il vero si mescola con il reale e con la finzione.

Nel tentativo di rendersi visibile per un’ultima volta, l’attrice instaura un dialogo con le nuove forme di esistenza (o di intelligenza, quella artificiale, ad esempio) e con l’atto teatrale stesso, l’arte della presenza per eccellenza. Un dialogo inevitabile in un tempo come il nostro dove la forza della carne viva, anche scomposta e imperfetta, si confonde sempre più con la necessità di mostrare i corpi, più o meno costruiti sinteticamente.

L’attrice gioca con gli elementi del testo shakespeariano, abita i personaggi e i loro conflitti, affonda semanticamente nell’opera, scherza con la propria biografia e con le proprie paure, urla il suo bisogno di esistere anche se come pura finzione, parla con il pubblico, come in un vero teatro elisabettiano. E alla fine lascia il palcoscenico, che è (per dirla invertendo le parole del Bardo) il mondo stesso.

 

PROGETTO DI REGIA

Il progetto si radica nel testo forse più noto, frequentato e abusato di Shakespeare. 

Il pretesto di partenza è la volontà di un’attrice di teatro non nota di dare l’addio alle scene e il suo desiderio di farlo in grande stile. Lo fa invitando gli spettatori ad assistere alla sua ultima interpretazione di un monologo che prenda spunto da Amleto. L’ultimo atto artistico di una carriera mai decollata diventa un ambiguo processo di identificazione e di confronto con alcuni personaggi e temi del testo shakespeariano.

Un “gioco”, nell’accezione più profonda e teatrale del termine, che vede la protagonista relazionarsi con la sua biografia e quella dei personaggi che circondano Amleto, in un costante “swing” tra finzione e verità.

All’interno di un limbo bianco che evoca la distesa di neve che circonda Elsinor, l’attrice/personaggio manipola liberamente il grande testo classico con l’intento di “profanare” il Bardo e di far vivere i vari personaggi interpretandoli e raccontandoli. Il suo è un corpo che chiede di non essere più guardato e che allo stesso tempo si dibatte per trovare una nuova spinta vitale.

In scena, dunque, una figura femminile pretende di rivoluzionare la tradizione, tradendola e ribaltando anche l’antica convenzione per cui gli uomini interpretavano ruoli femminili.

Pochi elementi scenografici in uno spazio apparentemente vuoto che muta anche grazie all’ausilio di proiezioni video che esibiscono poeticamente il corpo dell’attrice obbligandola a confrontarsi con il suo aspetto esteriore sotto gli occhi “giudicanti” del pubblico. La prospettiva femminile è importante non solo in un’ottica di genere, ma in quanto biograficamente specifica. Cosa significa essere Ofelia o non esserlo? Ed essere Gertrude? Madre, moglie, complice del delitto o vittima degli eventi? Com’è essere madre oggi o non esserlo? E madre di un folle, di un assassino? Amleto può essere donna? Amleto è un eroe o un figlio di puttana?
Infine, il testo stesso, arrivato a noi in differenti versioni, diventa terreno di interpretazioni: niente è più sacralmente incontestabile, le parole di Shakespeare potrebbero non esserlo. Cos’è reale? A cosa credere? Quali parole scegliere?