Lo spettacolo in Lombardia

LA VITA CHE NON ABBIAMO

LA VITA CHE NON ABBIAMO - Immagine: 1
compagnia: Teatro Linguaggicreativi
di: Paolo Trotti
cast: Tommaso Russi e Marialice Tagliavini
regia: Paolo Trotti
durata: 80 minuti
LA VITA CHE NON ABBIAMO
Per visualizzare questi dati, è necessario effettuare la login.
Per visualizzare il video, effettua la login.
Scheda tecnica

LA VITA CHE NON ABBIAMO

testo e regia di Paolo Trotti

con Tommaso Russi e Marialice Tagliavini

produzione Teatro Linguaggicreativi, 2026

 

collaborazione artistica Simona Migliori

elaborazione video e musicale Paolo Trotti scene

Paola Tintinelli costumi Chiara Cavazza

progettazione video live Stefano Slocovich luci

Matteo Simonetta assistente alla regia

Maddalena Conti direzione tecnica Francesca

Canzi organizzazione Camilla Figini e Dalila Sena

comunicazione Nicholas Turba

foto di scena Lorenza Daverio

video documentazione Stefano Slocovich

“il lavoro uccide l’uomo” Homer Simpson
 

“ho sentito che il lavoro uccide le persone”
“è un morte onesta” Pier Paolo Pasolini “Accattone”

 

“Quando abbiamo cominciato a vivere per pagare il mutuo, le scatole di pesche sciroppate, il nostro benessere?” Paolo Trotti

 

VISIONE ARTISTICA

LA VITA CHE NON ABBIAMO nasce da una domanda che attraversa l'esperienza di molti: quando abbiamo cominciato a vivere per il lavoro invece che lavorare per vivere?

Lo spettacolo prende avvio da un'immagine precisa: gli zombie de La notte dei morti viventi di George Romero. Corpi che continuano a camminare senza ricordare la ragione del proprio movimento, sospinti da un impulso che sopravvive al desiderio. È una figura che appartiene all'immaginario del cinema, ma che sembra raccontare con sorprendente precisione anche il presente. Ogni giorno milioni di persone ripetono gesti identici, percorrono gli stessi tragitti, occupano gli stessi spazi, rincorrendo un obiettivo che spesso non coincide più con un desiderio, ma con la necessità di sostenere un sistema che misura il valore dell'individuo attraverso ciò che produce.

Lo spettacolo non propone una riflessione contro il lavoro. Il lavoro è una parte imprescindibile della vita. Il punto è un altro: quando diventa l'unico criterio attraverso cui definiamo noi stessi, rischia di trasformarsi da possibilità di emancipazione in una forma silenziosa di rinuncia.

La contemporaneità alimenta l'idea che ogni sacrificio troverà una ricompensa futura. Si lavora per raggiungere una stabilità economica, una casa, uno status, un'immagine di felicità continuamente rimandata. Ma quello status sembra arretrare alla stessa velocità con cui ci avviciniamo. È un orizzonte mobile, costruito per restare sempre un passo più avanti. Nel tentativo di raggiungerlo, qualcosa rimane inevitabilmente indietro.

Sono le vite che non vivremo.

Ogni scelta definisce una direzione e, nello stesso momento, rende impossibili tutte le altre. È una condizione propria dell'esistenza. Tuttavia, nella società contemporanea, questa rinuncia sembra essersi concentrata soprattutto attorno al lavoro: tempo sottratto agli affetti, alla curiosità, all'immaginazione, alle passioni, perfino alla possibilità di non fare nulla. Lo spettacolo nasce da questo scarto tra la vita che abitiamo e tutte quelle che continuiamo a immaginare.

Quelle vite non sono semplici rimpianti. Sono presenze. Continuano ad accompagnarci come una memoria di ciò che avremmo potuto diventare. Riappaiono nei momenti di crisi, nei cambiamenti, negli incontri, quando ci accorgiamo che ogni scelta contiene anche un'assenza.

È proprio questa assenza a diventare materia teatrale.

La drammaturgia costruisce un continuo dialogo tra ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere, tra il reale e il possibile, tra il presente e le sue infinite alternative. La comicità convive con una malinconia profonda; il gioco scenico lascia progressivamente emergere una domanda che riguarda tutti, senza distinzione.

Più che raccontare una storia sul lavoro, LA VITA CHE NON ABBIAMO interroga il rapporto tra identità, desiderio e possibilità. Chiede quale prezzo siamo disposti a pagare per la vita che abbiamo costruito e quale parte di noi abbiamo lasciato indietro lungo il percorso.

La scena non offre risposte. Condivide un interrogativo.

Quale vita abbiamo lasciato indietro per vivere quella che oggi chiamiamo nostra?

 

SINOSSI

È l'ultimo giorno.

Un attore comico sta lasciando l'appartamento in cui ha vissuto negli ultimi anni. Lo sfratto è definitivo. Le stanze sono quasi vuote, gli scatoloni pronti, la casa ha già l'aria di appartenere a qualcun altro.

Prima ancora che lui se ne sia andato, arriva la proprietaria. Non aspetta che l'appartamento venga liberato: comincia immediatamente a occuparlo. Porta scatole, mobili, oggetti, acquisti mai utilizzati, doppioni, accessori ancora imballati. Non trasloca una vita, ma l'eccesso di una vita costruita accumulando cose che hanno progressivamente sostituito i desideri.

L'incontro tra i due si trasforma in uno scontro fatto di ironia, provocazioni e confessioni involontarie. Lui vive di comicità ma fatica a trovare un posto nel mondo; lei ha inseguito per tutta la vita la sicurezza economica e si accorge troppo tardi che la stabilità conquistata ha avuto un prezzo. Entrambi osservano nell'altro ciò che è mancato alla propria esistenza: lui riconosce una solidità che non ha mai avuto il coraggio di cercare, lei intravede quella leggerezza che, nel tempo, si è negata.

Mentre l'appartamento cambia proprietario, anche lo spazio scenico si trasforma. Si riempie di oggetti, ricordi, immagini e possibilità. Ogni scatola aperta sembra contenere non solo ciò che è stato acquistato, ma anche tutto ciò che è stato rimandato o abbandonato: relazioni, passioni, sogni, occasioni perdute. Le vite che non sono state vissute prendono lentamente corpo e cominciano ad abitare la scena come presenze silenziose.

Tra comicità e malinconia, il confronto fra i due protagonisti si apre progressivamente al pubblico. La quarta parete si dissolve e la domanda che attraversa i personaggi diventa la domanda dello spettatore.

Quale vita abbiamo lasciato indietro per vivere quella che oggi chiamiamo nostra?

Il finale interrompe ogni possibilità di consolazione. La vita continua il suo corso, indifferente. Fuori da quella stanza tutto procede come sempre. Ed è forse proprio questa indifferenza, più ancora della sconfitta dei protagonisti, a restituire il senso più profondo dello spettacolo: ogni esistenza è fatta anche delle vite che non ha potuto vivere.

 

NOTA DI REGIA

In scena ogni scelta produce una vita vissuta e un'infinità di vite possibili che rimangono sospese. LA VITA CHE NON ABBIAMO nasce da questa tensione: ciò che siamo convive costantemente con ciò che avremmo potuto diventare.

La drammaturgia mette in relazione due personaggi apparentemente lontani. Un comico precario, costretto a lasciare la casa in cui vive. Una donna che quella casa la occupa immediatamente, trascinandovi dentro il risultato di anni di lavoro, sacrifici e accumulo. Due biografie opposte che, nel corso dell'incontro, rivelano la stessa fragilità. Ognuno riconosce nell'altro la propria vita mancata.

Il comico attraversa la scena con la leggerezza dell'Augusto, ma porta dentro di sé la malinconia del clown bianco. Ride, provoca, improvvisa, cerca continuamente il contatto con il pubblico, come se la comicità fosse l'ultimo strumento rimasto per allontanare la paura del fallimento. La donna procede invece con il rigore di chi ha costruito la propria esistenza sul controllo, sull'ordine, sulla necessità di non sbagliare mai. Tra loro nasce un confronto che oscilla continuamente tra ironia e dolore, fino a dissolvere ogni certezza iniziale.

La scena diventa progressivamente uno spazio abitato non soltanto dai due protagonisti, ma anche dalle vite che non hanno vissuto.

Tre televisori trasmettono frammenti de La notte dei morti viventi. Non sono semplici citazioni cinematografiche: sono un controcampo costante dell'azione teatrale. I corpi degli zombie continuano a muoversi senza meta, come le nostre giornate che spesso si ripetono identiche, sospese in una routine che finisce per sostituire il desiderio.

Sul fondo della scena un grande telo di plastica separa il presente da un altrove. Dietro quella superficie opaca affiorano frammenti di altre esistenze: gesti, incontri, possibilità. Non sono ricordi né proiezioni. Sono vite parallele, esistenze che avrebbero potuto prendere forma e che continuano a esistere come presenze invisibili. Il pubblico le intravede senza poterle mai osservare completamente, proprio come accade alle possibilità che ogni scelta inevitabilmente esclude.

Un carrello della spesa colmo di oggetti miniaturizzati diventa il centro del gioco teatrale. Case, alberi, giardini, automobili, animali, piccoli oggetti quotidiani vengono progressivamente disposti nello spazio e ripresi dal vivo dalle telecamere. Attraverso queste miniature i protagonisti costruiscono un mondo possibile, una vita immaginata, un amore che prende forma davanti agli occhi dello spettatore. È un gesto infantile e insieme profondamente tragico: cercare di ricomporre un'esistenza con gli stessi oggetti attraverso cui la società promette la felicità.

Il rapporto con il pubblico costituisce uno degli elementi centrali della regia. La quarta parete viene progressivamente incrinata fino a scomparire. Gli spettatori non assistono soltanto al conflitto tra i personaggi, ma vengono chiamati a condividere la domanda che attraversa l'intero spettacolo. Il teatro diventa così uno spazio di riconoscimento collettivo, in cui ogni biografia incontra, anche solo per un istante, le vite che ha lasciato alle proprie spalle.

La comicità accompagna il racconto fino a quando non diventa impossibile continuare a ridere. È in quel passaggio che emerge il cuore dello spettacolo: non il rimpianto per ciò che non è accaduto, ma la consapevolezza che ogni esistenza è costruita anche dalle sue assenze. Da ciò che è stato escluso, rimandato, sacrificato.

La vita che non abbiamo prova a dare corpo proprio a quelle assenze. A renderle visibili per il tempo di una rappresentazione, prima che tornino a occupare quel luogo silenzioso in cui abitano tutte le vite che non vivremo mai.

 

UN'OPERA CHE CONTINUA A SCRIVERSI

l'Archivio delle vite non vissute

LA VITA CHE NON ABBIAMO non termina con il calare del sipario.

Lo spettacolo nasce come un dispositivo teatrale aperto, destinato a trasformarsi nel tempo grazie all'incontro con le persone e con i territori che attraversa.

Durante il periodo di creazione e nel corso della tournée verrà costruito L'Archivio delle vite non vissute, una raccolta di testimonianze che accompagnerà la vita dello spettacolo e ne diventerà parte integrante.

Il punto di partenza è una domanda semplice:

Quale vita ti sei lasciato alle spalle?

Una domanda che non cerca confessioni né rimpianti, ma invita a riflettere su ciò che ogni scelta inevitabilmente lascia fuori dal nostro percorso.

Le testimonianze saranno raccolte in diversi contesti della vita quotidiana: nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle metropolitane, nelle piazze, nei quartieri, negli spazi culturali che ospiteranno lo spettacolo. Potranno assumere forme differenti – scritte, audio, video, disegni, brevi racconti – restituendo la pluralità delle esperienze e delle sensibilità di chi vorrà partecipare.

Ogni città contribuirà così ad ampliare l'archivio, rendendo ogni replica diversa dalla precedente.

Il pubblico non sarà chiamato semplicemente ad assistere allo spettacolo, ma a riconoscere una parte della propria esperienza all'interno di un racconto collettivo.

Nel foyer del teatro l'archivio potrà essere consultato come una piccola installazione in continua evoluzione: un luogo di ascolto e di incontro che prolunga l'esperienza teatrale oltre il tempo della rappresentazione.

Al termine dello spettacolo gli spettatori potranno, a loro volta, lasciare una testimonianza, alimentando un patrimonio di memorie e possibilità che crescerà replica dopo replica.

L'archivio non rappresenta un'attività collaterale né un semplice progetto di audience engagement.

È parte integrante della drammaturgia.

Lo spettacolo racconta le vite che i personaggi non hanno vissuto; l'archivio raccoglie quelle del pubblico.

Tra queste due dimensioni nasce uno spazio comune in cui il teatro torna a essere ciò che è sempre stato: il luogo in cui una comunità si riconosce attraverso le storie degli altri.

Ogni replica diventa così irripetibile.

Ogni città lascia una traccia.

Ogni spettatore contribuisce a costruire un'opera che continua a scriversi nel tempo.

Calendario eventi
21.11.2026
19:00
20.11.2026
20:30
19.11.2026
20:30