BOBBY
Note dell’autore Francesco Brandi
Bobby è un testo che ho scritto dopo un sogno che ho fatto.
Ho sognato una notte intera di guardarmi allo specchio con uno specchio, però, mi rispondeva, che era diverso da me, e che, sostanzialmente, mi metteva in un angolo, inchiodandomi alle mie responsabilità. Non era un incubo, attenzione, anzi. Il tono del dialogo con il mio doppio era tutt’altro che cupo. Era scanzonato, leggero, divertente. Non mi si risparmiava nulla, ma anche c’era una totale assenza di condanna e di gravità nei miei confronti, ma in generale, nei confronti di nessuno. La mattina dopo, ripensando a questo sogno, e valutando tutti gli elementi che ho esposto nelle righe precedenti, ho avuto l’intuizione che quel sogno potesse diventare un meraviglioso racconto teatrale. Ho realizzato subito che un monologo avrebbe ridotto, anzi azzerato una serie di possibilità, soprattutto comiche, che avrebbero invece arricchito il racconto.
Anche la sintesi, se non proprio, il messaggio del testo che ho scritto, è esattamente questo: da solo nessuno fa nulla. E dunque affidare a un monologo questo messaggio, sarebbe stato quanto meno una contraddizione.
Ecco allora l’idea del dialogo con un pupazzo, anzi il pupazzo.
Il pupazzo d’infanzia, che tutti abbiamo, che tutti portiamo con noi sempre, che dunque tutto di noi conosce e che tutti conserviamo che finalmente prende vita, esce dall’involucro e ci mette di fronte a tutte le nostre contradizioni, ipocrisie, anche miserie. Ma non lo fa per seppellirci, tutt’altro, il suo è un tentativo di farci risorgere, di indicarci una strada buona per la seconda parte della nostra vita.
Per questo, il dialogo che nascerà da questo assurdo, sarà inevitabilmente spassoso nel ripercorrere l’esistenza, apparentemente senza scheletri e senza armadi, di Giacomo, un normalissimo quarentenne con una moglie, un lavoro, un mutuo, che tutto ha da perdere, ma in fondo che non ha nulla di suo.
Il percorso che farà Giacomo, e che farà il suo pupazzo sarà parallelo ma alla fine si incroceranno. Tutti siamo diversi, ma tutti siamo sulla stessa barca. Abbiamo in comune, noi che la vita la attraversiamo, una battaglia che ognuno di noi combatte, e questa battaglia spesso è il senso della nostra vita.
Ho pensato di affidare la parte del pupazzo, dopo mille studi e riflessioni, a una donna, perché nulla come la voce femminili risulta credibile quando si tratta di indicare un percorso, e allo stesso tempo nulla come una voce femminile risulta divertente quando si racconta un fallimento e il suo seguente tentativo di risalita.
In questo testo ci sono un sacco di temi a me cari: la questione del dialogo con l’ignoto, il fallimento come punto di partenza, la questione della barca dove tutti ci troviamo a un certo punto al limite del galleggiamento, il rapporto con gli altri, genitori, amici, colleghi, il rapporto con l’altro sesso, l’amore e le sue vanità e disperazioni.
Questo testo è inoltre definitivamente, infinitamente, debitore a Bruce Springsteen e Woody Allen, due persone a cui devo la mia sopravvivenza.
Questo testo è un sogno.
Il mio sogno.
Il mio modo di vedere il teatro.
Far divertire le persone, farle emozionare, farle sentire parte di un momento che è mio ma allo stesso tempo loro.
Che più siamo meglio è.
Perché da solo non si salva nessuno.