Laboratorio delle idee per la produzione e la programmazione dello spettacolo lombardo

IL SANTO BEVITORE

IL SANTO BEVITORE - Immagine: 1
compagnia: Teatro Out Off
di: Tommaso Di Pietro e Matteo Gregotti
tratto da: La leggenda del santo bevitore di Joseph Roth
drammaturgia: Tommaso Di Pietro e Matteo Gregotti
cast: Donato Carabellese, Elisa Cavallo, Gabriele Di Grali, Matteo Gregotti, Federico Gritti, Steven Zarco
regia: Tommaso Di Pietro
durata: 75 minuti
IL SANTO BEVITORE
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Scheda tecnica

Andreas, un senzatetto, vaga per le strade quando viene fermato da qualcosa che ha tutto il sapore di un miracolo. Un uomo si avvicina e gli dice: “Sono un fratello.”
“Che io sappia, non ho mai avuto fratelli,” risponde Andreas, confuso.
Ma quell’uomo, buono nel profondo, gli porge duecento franchi — una cifra spropositata per chi vive di nulla.
Andreas, colpito, esclama: “È evidente che duecento franchi mi vadano meglio che venti… ma io sono un uomo onesto, per me sono troppi!”
L’altro insiste, sereno e fermo nella sua bontà: i duecento franchi sono un dono, ma con una sola richiesta:
“Quando potrai, restituiscili. Non a me, ma alla chiesa della piccola Santa Teresa.”
E Andreas accetta. Di buon cuore, stringe la somma tra le mani e, camminando un po’ di sbieco — come chi non ha mai camminato sul retto sentiero — imbocca, senza saperlo, la parabola che un giorno lo renderà Santo.


Note di regia

Il racconto di Roth è commuovente: e perché la storia di Andreas lo è, e per quell’intimità che ha il racconto come media. È tascabile, lo leggi in un pomeriggio, lo leggi a 16 anni e te lo ricordi a frammenti per tutta la vita. Come restituire drammaticamente questa poesia senza mancarle di rispetto? Le strade son due: la prima è di farne una lettura scenica, leggio alla mano; la seconda è estrapolarne una sceneggiatura prendendo i pochi dialoghi diretti presenti nell’originale. Entrambe soluzioni un po’ troppo immediate, pigri tentativi di far fuoriuscire il soggetto dalla sua forma letteraria. Il soggetto di Roth non vuole uscire dal racconto: la Leggenda di Andreas risulta bella quando la passiamo sulle nostre labbra, quando cioè proviamo a riraccontarla a qualcuno. Si palesa quindi la terza strada: quella del tramandarlo come racconto e cioè, incredibile assist offerto dal titolo stesso, come leggenda. Cos’è una leggenda se non un mito? E cos’è un mito se non un racconto orale? E cos’è un racconto orale se non un insieme di informazioni ripetute, sbavate, sfumate che si completano a vicenda? Il testo di Roth è stato preso e trattato come un canovaccio: Andreas è esistito davvero! Roth ha solamente trascritto la sua leggenda sulle pagine di un taccuino. E quanti Andreas troveremmo allora rispecchiati nelle descrizioni fatte nel racconto. Così gli Andreas sono quelli che troviamo un po’ in scena: barboni, prostitute, madonnari (quelli seri) e musicanti. Non c’è luogo, non c’è tempo. In scena troviamo il loro ritrovo, una specie di concilio improvvisato figlio di quell’Argot descritto da Hugo in Notre Dame. Troviamo le storie di questi uomini e queste donne, il loro convivere e il loro darsi manforte per tirare avanti: rievocare il rito per come lo conoscono tutti, uomini e donne, vecchi e bambini, la storia di Andreas, colui che, tra di loro, ce l’ha fatta! 

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